Elio canta Jannacci alla Fenice di Senigallia 211216

Elio, prima Gaber alle Muse, e poi Jannacci alla Fenice: comunque sia è un successo / VIDEO E FOTOGALLERY

di Stefano Fabrizi

I cantautori gli piacciono. E non si può dire diversamente. Lo abbiamo visto ìn meno di 10 giorni prima al Teatro delle Muse con Il Grigio di Gaber (dal 3 al 5 dicembre) e poi al Teatro La Fenice di Senigallia( il 16 dicembre) con Jannacci. Nella prima versione più nella parte attoriale, nella seconda, sicuramente quella che gli piace di più, musicale. Due opere decisamente diverse. Con Gaber la messa in scena riguarda uno psico-dramma musicale che il cantautore milanese ha scritto insieme a Luporini, nella seconda Elio si cimenta in una selezione di brani dell’altro cantautore milanese Jannacci. Lui stesso meneghino, anche se la mamma è di Cossignano e il babbo di Montepagano. A fare da trait d’union il regista Giorgio Gallione (genovese) che ha firmato entrambi gli spettacoli. Della prima abbiamo già detto. 

Tra Gaber e Jannacci 

Stefano-Elio racconta che la scelta di mettere in piedi uno spettacolo così è stata quasi naturale. “Negli anni scorsi grazie al regista Giorgio Gallione, che il cielo ce lo conservi, ho interpretato il Gaber de ‘Il Grigio’ e da lì il passo verso Jannacci è stato breve”,  ammette. “Anche se Jannacci è molto più nelle mie corde mentre l’incontro con Gaber s’è rivelato al tempo stesso un assaggio e una prova del fuoco. Ho passato l’esame, e le repliche con Il Grigio stanno andando bene”.

Tutto Jannacci, o quasi 

In cento minuti Stefano Belisario propone una selezione dei brani conosciuti di Enzo Jannacci, ma cento minuti sono pochi e ne rimangono fuori tanti… ed inutilmente si chiede “vengo anch’io…”, la risposta è “no, tu no!”. Pazienza. “Forse Jannacci sapeva parlare al cuore perché nel cuore metteva letteralmente le mani, di sicuro la chirurgia e la medicina gli hanno dato uno slancio in più rispetto a tanti colleghi oggi anche più santificati di lui. Lui che aveva scelto di rimanere fuori dalle righe, dalle correnti, dalle lobby. Con Gallione abbiamo cercato di focalizzare i suoi diversi periodi scartando di lato canzoni prevedibili come “Vengo anch’io“, “Vincenzina e la fabbrica“, “Ho visto un re“, “Quelli che“, per lasciare spazio a brani ingiustamente minori come “Aveva un taxi nero“, “Sopra i vetri“, o “Quando il sipario“, pur senza tralasciare cose come la stessa “Ci vuole orecchio“, “Silvano“, “Parlare con i limoni“, “L’Armando“, “Faceva il palo“. In mezzo alle canzoni abbiamo messo dei brevi monologhi per ribadire che Jannacci era un po’ come Milano, lontano da qualsiasi stereotipo”.   

La band 

La qualità artistica di “Ci vuole orecchio” è garantita anche dalla presenza di un quintetto impreziosito al sassofono da Sophia Tomelleri, nipote di quel Paolo che ha militato per una vita al fianco del dottore-cantautore (e che conosce bene le Marche avendo intrapreso gli studi classici al conservatorio “G.Rossini” di Pesaro). Gli altri componenti sono Seby Burgio al pianoforte, Martino Malacrida alla batteria, Pietro Martinelli al basso e contrabbasso e Giulio Tullio al trombone. Al termine gli applausi sono scroscianti e ripetute le richieste di ritorno sul palco. Tutti bravi.