Charlot, la musica e il Natale

di Fabio Brisighelli                                                                            

Ha detto Federico Fellini: “Da bambino associavo Charlot al panettone, a Papà Natale, alla neve…”. Nel sottoscrivere l’affermazione, preciso a mia volta: al “Valzer delle candele”.


Ne La febbre dell’oro c’è, tra le tante, una sequenza di toccante poesia: la composita popolazione dei cercatori stipata nella locanda del villaggio a far festa per il nuovo anno, scoccata la mezzanotte, forma un anello di mani  e di braccia incrociate, saldate le une alle altre nell’attimo solidale dell’augurio; e intona il celebre motivo. Note già di per sé così suggestive, calate su quella particolare scena, paiono caricarsi di significati profondi.  E’ l’arte di Chaplin: universalizzare il messaggio anche con l’aiuto di un marginale dettaglio in musica.


Divertenti o tristi, di frizzante progressione sonora o di liricissima fluidità cantante i suoi commenti musicali, mutuati all’occorrenza dalla riserva del “classico”, sono puntuali contrassegni attivi del capolavoro in immagini, segnali identificatori mirabili della pellicola, anche per la loro frequente funzione di succedanei unici del sonoro.


In Tempi moderni, bellissimo omaggio terminale al genere muto, la voce del piccolo-grande “vagabondo” s’accende per la prima volta e arricchisce l’armamentario inesauribile delle sue gags mimico-gestuali con quella sorta di esilarante esperanto in cui l’attore traduce il motivo “Io cerco la Titina”.


Ma già prima, in Luci della città, la deliziosa “Violetera” ammantava di un’intensa epperò composta commozione l’affetto sincero e altruistico di Charlot per la povera fioraia ceca.


L’acme del più felice, reciproco rimando tra situazione scenica e corrispondente illustrazione in musica è forse comunque raggiunto ne Il grande dittatore, in due momenti indimenticabili: quando il barbiere Charlot, nella bottega del ghetto ebraico, scandisce con stacco di tempi impagabile quanto esilarante le fasi successive di una rasatura perfetta sul cliente usando la tagliente lama con l’eleganza di una bacchetta orchestrale, sulle coinvolgenti accelerazioni insistite di una conosciuta danza ungherese di Brahms; e quando – momento cinematografico sublime – il suo involontario alter ego, il suo Mister Hyde sosia dittatore di Tomania (quell’Hynkel scoperto nella naturale identificazione con il vero Führer germanico, e per ciò stesso straordinariamente profetico), gioca e prende eloquentemente a calci il pallone-mappamondo sulle note introduttive del  Lohengrin wagneriano, prima che il subitaneo scoppio giunga a stroncare in una lungimirante avvisaglia premonitrice ogni cullato sogno di grandezza.


Passa per Luci della ribalta l’ultimo grande leitmotiv chapliniano (chi non lo conosce?), che risuona come un ispirato inno alla vita e alla speranza sino al suo mesto epilogo, quando sul vecchio clown Calvero morente dietro le quinte di un’estrema performance artistica di rinata grandezza  si sovrappone l’immagine della ballerina: la musica allora si accende, piroetta insieme con lei lanciandosi nel vortice di una riacquistata fiducia nell’esistenza.

                                                               

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