Il Dams paolo pirani

L’omino misterioso, Luigi, la Maestrina dalla penna rossa, il Pazzo: Bologna, è il 1979 gli anni del DAMS (2)

di Paolo Pirani

Riprendiamo il filo del discorso e continuiamo a parlare degli incontri con personaggi meno noti al vasto pubblico ma pur sempre unici e di primissimo piano nel mio personale “inventario della memoria”; che hanno caratterizzato la mia giovanile frequentazione con la “dotta” Bologna del Dams (Discipline delle Arti, della Musica e dello Spettacolo), degli ultimi rigurgiti del ’68 con l’occupazione controversa e contrastata degli immobili popolari sfitti del centro, dell’immane tragedia a sfondo eversivo della Stazione ferroviaria, della Lectura Dantis di Carmelo Bene dalla Torre degli Asinelli in memoria di quegli 85 poveri “cristi”.


Le tracce indelebili di una vita

Personaggi che hanno lasciato una traccia indelebile, che rivivono in me a quarant’anni di distanza dal primo incontro, sotto la vivida luce del ricordo. Forse anche perché prima di essere “personaggi” sono “persone”. E, in quanto tali, universi unici ed irripetibili di sensazioni, emozioni, speranze a cui un poco appena ho dato e (ma) tanto di più ho ricevuto. Come sempre accade dall’incontro di due Anime. Racconto di un incontro in forma di soggetto cinematografico che prevede ora gli ultimi due ciak.


Bologna, via Sant’Isaia, tra il civico 108, casa mia, e il 104, l’ospedale psichiatrico Roncati


230813 – Inchiesta stato scuole istituti scolastici esterni bandiere tende condizioni facciata: Istituto Laura Bassi via Sant’ Isaia Foto Nucci_Benvenuti Scuola bandiera europea italiana tricolore

-3° ciak-. Esterno giorno

E c’era quella che tutti chiamavano “La maestrina dalla penna rossa”, definizione che faceva tanto Cuore ma che nulla si rivelò avere in comune con il personaggio di quel libro. Lei era una piccola signora, credo non sposata, bassina e pingue, non tuttavia in maniera spropositata. Se ne andava in giro, praticamente tra il Roncati e l’adiacente negozio di generi alimentari, quasi tutti i giorni con un cappottino verde acqua, guanti a rete, scarpe di pelle lucida ben curate e un cappellino alla Robin Hood con annessa penna, rossa, appunto. Si spacciava non so per chi e ordinava regolarmente cifre che nel corso del tempo sono andate via via lievitando di generi alimentari di prima ma anche di seconda e terza necessità, dicendo al negoziante di “segnare” su un libriccino nero che portava dentro alla borsetta finta pelle di coccodrillo. Le prime volte pare abbia pagato subito, in contanti; così il proprietario di quel piccolo ma ben fornito negozio nulla sospettò se non dopo ingenti quantità di pane, vino, saponette, cerotti, stringhe per le scarpe, deodoranti, pasta e di altri prodotti ordinati. E, soprattutto, avendo infine appreso qual’era la sua reale residenza.


Mi domando spesso che fine abbiano fatto quei poveri diavoli che hanno trafitto con la loro casuale puntualità la resistente membrana della mia memoria. Certo hanno rappresentato delle presenze che difficilmente cancellerò dall’album dei ricordi. Ricordi vividi di vita innocente e dannata ma lieve come l’impronta dell’attesa sulla steppa del desiderio. Quante volte “Luigi” ha gridato la sua rabbia incosciente all’aria, quante volte la “maestrina” ha impersonato la Sissi dei suoi sogni il cui potere si esercitava nell’ordinare caterve di shampoo, quante volte “Buona sera” mi ha sorpreso irridendomi per quel mio reale disorientamento ?. Dove saranno quei volti, quelle voci, quelle atmosfere, quelle schegge di inoffensiva pazzia che mi facevano sentire al sicuro nel mio bozzolo di apparente normalità, graffiata dai desideri, dalle aspettative, dai crucci più diversi, di un’età che vorresti aver superato di slancio e quando l’hai fatto ti accorgi che hai costruito tutto tu: l’attesa, l’ostacolo, il salto, l’arrivo. Ecco, appunto, l’arrivo nel luogo “ … dove il tempo ha triturato con ingannevole caparbietà ogni fallace illusione”.


Dove cercare se non in qualche cassetto della mia memoria, l’inascoltato benessere di quegli anni che l’onda potentissima e inarrestabile del tempo ha travolto insieme a “Luigi”, alla “maestrina” e a “Buona sera”?.


– 4° ed ultimo ciak-. L’epilogo. Esterno / interno – tardo pomeriggio

Al secondo anno di regia, l’assistente ci propone di seguire l’allestimento di Capitano Ulisse, di Savinio, che sta realizzando presso una grande sala attrezzata a teatro dell’ospedale psichiatrico di Imola. Era il periodo in cui si effettuavano quegli esperimenti, sulla scorta della legge Basaglia, cercando il recupero o almeno l’impiego dei malati mentali meno gravi. E’ stato un bell’incontro anche quello, formativo, che ricordo con gustoso divertimento, sebbene mi segnò di perplessità nell’immediato.


Poco prima di carnevale, giungo a Imola in treno, imbrunisce, l’inverno concede qualche rigagnolo di luce al giorno e non fa neppure tanto freddo. Scendo alla stazione e mi avvio nella direzione indicatami dal prof. Al cancello d’ingresso del manicomio suono il campanello e due infermieri, dalla portineria e vetri, mi fanno cenno all’unisono di chiedere informazioni a un altro infermiere intento a raccogliere foglie che in terra non vedo.


Eseguo. Lui, quello che ritenevo essere il terzo infermiere, mi fissa con due occhi di ghiaccio e mi dice secco: “Sali qui !”, afferrando una carriola da muratore ma capovolgendola sottosopra immediatamente dopo il perentorio invito.


Devo essere riuscito a fargli capire in qualche maniera che preferivo percorrere a piedi il vialetto che portava dietro a quell’edificio, e lui ha acconsentito, fingendo o palesando per davvero una indifferenza assoluta per avere espletato quello che per lui doveva essere, evidentemente, un rito irrinunciabile. L’ho ringraziato, giunto ad una porta di ferro dello stabile che conduceva al teatro, e lui se n’è andato rigirando la carriola. Sono entrato in teatro, i miei amici di corso erano quasi tutti arrivati, il prof. se la rideva di gusto: anche a lui, come pure a tutti loro, era toccato lo stesso trattamento.


E’ iniziata la lezione, anzi la prova; dodici erano tra attori e tecnici i “pazzi” coinvolti in quella “curiosa” avventura. Mentre il giorno tramontava arrossendo, in quell’assaggio di primavera, di impegno, aspettative … di consapevole incoscienza.


(fine seconda parte di due)