Pino Scaccia e Anna Raviglione

Il mio ricordo di Pino Scaccia a un anno dalla scomparsa e un libro che parla del giornalista e dell’uomo di Anna Raviglione

Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su linkedin

di Stefano Fabrizi

Il 28 ottobre del 2020 moriva Pino Scaccia. A un anno dalla scomparsa vive nei ricordi di quanti lo hanno conosciuto anche grazie al libro di Anna Raviglione Pino Scaccia, un inviato con l’anima. Un libro che doveva essere a due firme. Scaccia l’aveva iniziato a scrivere sollecitato a mettere nero su bianco la sua vita di giornalista in prima linea. Suo il prologo, suoi gli appunti. Poi è la penna della Raviglione che ha completato l’opera raccontando Pino professionista, uomo e compagno speciale.

L’incontro a Roma

Il volume si apre con il primo incontro tra Anna e Pino. Ma sono i continui flashback che nell’arco di un anno costruiscono l’ossatura del racconto: 2019-2020, il lockdown, il Coronavirus e il dipanarsi dei ricordi. Fino all’epilogo. Raviglione è brava nel creare un feeling con il lettore rendendolo partecipe delle sue emozioni, ancora forti nel momento della stesura dello scritto. Una sorta di venerazione comprensibile dopo che si arriva al capitolo finale dove ci sono alcune delle innumerevoli testimonianze di affetto di colleghi.

Il racconto della Storia
L’autrice, nelle sue oltre trecento pagine, racconta la carriera dello storico inviato del Tg1 Rai. Pagine avvincenti, tante volte emozionanti che trasudano passione giornalistica. Dal Kuwait, dove intervistò Oriana Fallaci, alla centrale nucleare di Chernobyl; l’intervista a Giovanni Falcone, quella con Giulio Andreotti, quella mancata a Bettino Craxi, la tragedia dello Tsunami, al ritrovamento dei resti di Che Guevara. Le guerre in Afghanistan, in Iraq, nei Balcani, alla Libia di Gheddafi. Appassionante il capitolo sui sequestri, da Casella a Celadon, del piccolo Farouk Kassam. Intrigante la storia della figlia maggiore del noto cantante Al Bano, Ylenia, scomparsa ben ventisei anni fa: una verità pare mai raccontata fino in fondo. Al pari la tragica vicenda di Emanuela Orlandi, figlia di un commesso della prefettura della casa pontificia e di Mirella Gregori scomparse nel 1983. La storia giudiziaria del fuggitivo Cesare Battisti riportato finalmente in Italia per scontare il suo ergastolo per i quattro omicidi commessi. Il terremoto dell’Aquila alle 3,32 dell’aprile 2009, la fuga dei rom dalla Romania per venire in Italia. 

Le Marche nel cuore

Nel cuore le Marche, dove ebbe tutto inizio, dove ancora sono ben presenti le tracce del suo decollo giornalistico: i primi passi al Corriere Adriatico, poi Tonino Carino gli consigliò di fare domanda in Rai e poco tempo dopo venne assunto. Dalla cronaca sportiva a quella di fatti tragici del nostro pianeta. Pagine avvincenti, toccanti, momenti di gioia e di dolore che si chiamano appunto Vita. L’autrice racconta un giornalista che non saliva mai in cattedra e sapeva ben rapportarsi con la quotidianità, soprattutto con i giovani. Il libro è ricco di foto, alcune inedite.

Il libro

“Pino Scaccia. Un inviato con l’anima. Da Selesport al Tg1 Rai” di Anna Raviglione: edizione Tra Le righe libri, 2021 – Pagine 344; euro 15,20

 

Il mio ricordo di Pino Scaccia a un anno dalla scomparsa

Correva l’anno 1975, studente in Medicina in quel di Ancona, avevo iniziato a frequentare via Berti dove si “creava” e si stampava il Corriere Adriatico.

Il correttore di bozze e il giornalista

Oggi non c’è più la rotativa e la sede è ancora chiusa per il Covid. All’epoca per racimolare qualche lira andavo notte tempo a fare il correttore di bozze. Il tutto si svolgeva in uno stanzino a lato del reparto dove i tipografi lavoravano con le linotype e si respirava aria satura di piombo fuso. Fu in quel periodo che conobbi Pino Scaccia, il mentore che mi aprì le porte al giornalismo. Scendeva, insieme ad altri colleghi, dal piano superiore dove c’era la redazione. Controllava la prima “inchiostratura” per verificare che non ci fossero refusi o corbellerie varie. E fu così che iniziò il nostro rapporto. Io chiedevo, curioso di tutto, e lui, con pazienza, rispondeva. Flemmatico, a volte sornione, non era certo l’archetipo del giornalista nervoso e a volte scontroso. La sua anima romana c’era tutta. Si occupava di sport e spettacoli. Era arrivato pochi anni prima con la “squadra” formata dall’allora direttore Dario Beni Jr. mandato dall’editore Franco Sensi a rilanciare il suo Corriere Adriatico.

Perchè non mi fai scrivere?

Ed io, che provenivo da esperienze di dj e radio private, ero lì a chiedere e a volte a criticare, o nel bene o nel male, i pezzi che mi passavano sotto come correttore. Mi ascoltava, incuriosito. Ecco la prima dote di un giornalista: la curiosità e l’attenzione verso tutti senza mai la supponenza del primo della classe. Ecco, lui rappresentava quel tipo di giornalista, alla mano, ma mai superficiale. E io lo osservavo, quando, con le dita sporche di inchiostro, indicava cosa cambiare dalla “pagina di prova” prima che diventasse lastra per essere poi inviata in rotativa. E spesso, si rimaneva insieme, fino alla stampa delle prime copie. Fu alla fine di quell’anno che gli chiesi se mi dava la possibilità di scrivere sul giornale. Per l’occasione si inventò una rubrica che prese il via ogni lunedì a gennaio del ’76: il commento alla hit parade di Lelio Luttazzi che si ascoltava in radio la domenica mattina. Che emozione vedere il mio nome sulle colonne del giornale. Era tutto gratis, ma tanto bastava.

Inizia un bellissimo sodalizio

E così che il nostro sodalizio si rafforzò, tant’è che in breve tempo passai a fare articoli su dischi, spettacoli e interviste. A volte si usciva insieme per andare a vedere qualche artista che passava per le Marche. Uno dei posti più frequentati era sicuramente il Covo Nord Est di Senigallia della famiglia Carraro. Un tempio del musica e del divertimento che faceva da contraltare sulle sponde dell’Adriatico alla Bussola di Bernardini di Marina di Pietrasanta sul litorale della Versilia. Qui sono passati i più grandi nomi del tempo, da Ornella Vanoni, De Andrè Patty Pravo, Mina e Mia Martini a Ray Charles, Ella Fitzgerald, Louis Armostring e Miles Davis, tanto per citarne alcuni. Le nostre uscite di solito vedevano anche la presenza di Kruger Agostinelli, all’epoca dj e proprietario di un avviato negozio di dischi a Falconara e Franco Elisei, dattilografo e dimafonista al Corriere. Poi Elisei diradò le sue presenza in quanto venne assunto all’Istat: solo anni più tardi tornò, a pieno regime, a fare il giornalista. In quelle occasioni, Pino lasciava fare il “pezzo” a noi “gregari”, mentre semmai lui, il “capo”, si ritagliava un commento. Insomma, un collega e un amico generoso.

Pino, con lui il bicchiere era sempre mezzo pieno

Pino era sempre positivo, sempre con il sorriso aperto e franco, e sempre pronto a dare la pacca sulle spalle. Ricordava spesso che fu lui a dare un passaggio sulla sua Dyane a uno sconosciuto Claudio Baglioni per andare al festival di Numana. E’ sempre stato di un attivismo invidiabile. Poi, nel ’79 è stato chiamato prima nella sede Rai delle Marche e poi al Tg1 diventando in poco tempo il più seguito inviato della testata di Viale Mazzini. Una carriera che non ci ha allontanato: ogni tanto ci sentivamo per telefono e quando tornava nelle Marche non mancava l’occasione per una tavolata tra amici.

L’ultimo volta

L’ultima volta che ci siamo visti è stato a febbraio del 2020 nella sede del Coni per una manifestazione che ricordava Nino Benvenuti organizzata dal promoter marchigiano Miro Riga, anche lui amico di Pino. Una occasione in cui gli rimbrottai di fumare troppo: un vizio che non si era mai tolto. Poi, una ultima telefonata pochi mesi prima, era agosto, in cui parlammo dei progetti che aveva sul tavolino e che non vedeva l’ora di fare un salto nelle Marche, da sempre la sua seconda patria. Poi, il ricovero che abbiamo seguito tutti con trepidazione attraverso le sue news da Facebook: una specie di bollettino medico che serviva a rassicurarci. Infine, la notizia che Pino non ce l’aveva fatta il 28 ottobre. E a un anno di distanza il suo ricordo è più vivo che mai, anche grazie al libro di Anna Raviglione. 

Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su linkedin